ACE – Associazione Coagulopatici ed Emofilici di Milano

TRUMP COMUNICA UN IMPORTANTE ACCORDO SUL COSTO DEI FARMACI: PREZZI RIDOTTI FINO AL 90%

Big Pharma prezzi in calo.

La notizia è proprio vera, come riportato dal Quotidiano Sanità del 22 dicembre 2025 [cfr. www.quotidianosanita.it]: sotto la minaccia del presidente Trump di imporre altrimenti una tassazione del 250%, nove Big Pharma globali (Amgen, Bristol Myers Squibb, Boehringer Ingelheim, Genentech, Gilead Sciences, GSK, Merck, Novartis e Sanofi) hanno siglato un accordo per allineare i prezzi di decine di medicinali a quelli più bassi pagati da altre nazioni sviluppate, con conseguenti drastici ribassi anche del 90% sui farmaci salvavita. I farmaci, infatti, negli Stati Uniti costano molto di più rispetto all’Europa e sicuramente rispetto a Paesi con più basso prodotto nazionale lordo.

Perché i farmaci in USA costano di più?

Il tema dell’elevato costo dei farmaci negli Stati Uniti è strettamente intrecciato con il modello economico e regolatorio che caratterizza il settore sanitario americano. L’assenza di un sistema di negoziazione dei prezzi, come avviene invece in molti paesi europei, lascia spazio a una forte frammentazione del mercato, dove ogni compagnia assicurativa tratta individualmente con le case farmaceutiche. Queste sono libere di stabilire i prezzi senza limitazioni statali. Inoltre,  Pharmacy Benefit Manager (PBM), incaricati di  negoziare sconti, hanno trasformato il sistema in un gioco di sconti nascosti: più alto è il prezzo listino, più alto è lo sconto che il PBM ottiene. E più alto è lo sconto, più alto è il loro guadagno Questo sistema crea inefficienze e disuguaglianze che si ripercuotono sia sui cittadini americani che sulle casse dello Stato.

Un altro aspetto cruciale riguarda la funzione “trainante” del mercato statunitense per l’industria farmaceutica globale: essendo il prezzo USA spesso utilizzato come benchmark internazionale, le aziende sono incentivate a mantenere prezzi alti per non compromettere i margini anche su altri mercati. Tuttavia, questa politica si riflette positivamente su altri paesi dove, grazie ai profitti generati negli Stati Uniti, le aziende possono permettersi di offrire i farmaci a prezzi più accessibili, specialmente nei mercati emergenti.

Quanto ci guadagnano le aziende farmaceutiche?

Il profitto deve essere pesato sull’investimento per portare sul mercato il farmaco, al quale andrebbe poi aggiunto il costo di produzione, ma che in proporzione è relativamente basso. Infatti, lo sviluppo di un nuovo farmaco richiede investimenti elevati, con un costo medio stimato di 2,23 miliardi di dollari per portare una molecola dalla fase di scoperta all’autorizzazione regolatoria, raggiungendo un picco di 2,36 miliardi nel 2020 (fonte Pharmastar del 9 gennaio 2026; cfr. Ritorno sugli investimenti nella ricerca farmaceutica: segnali di ripresa, con incertezze. Rapporto Deloitte). Poi è da considerare il tempo medio necessario per portare un farmaco dalla Fase I alla richiesta di approvazione regolatoria, che è aumentato a circa 8,5 anni.

Questo rapporto tra investimento e rendimento, cioè la redditività di un investimento è dato dal “tasso interno di rendimento” (Internal Rate of Return o IRR). Questo per spesa in R&D per le prime 20 aziende farmaceutiche era sceso fino al 1,2% nel 2022 (cioè, 12.000 dollari per milione di dollari di investimento) per risalire al 5,9% nel 2024 (cioè, su un milione di dollari investito un profitto di 59.000 dollari) dopo anni di calo, indicativo di una rinnovata capacità di investimento, favorita anche dall’introduzione di terapie innovative come gli agonisti del GLP-1 per diabete e obesità.

E’ tutto oro quello che luccica?

Non bisogna sottovalutare il ruolo che questi profitti rivestono nel finanziare la ricerca e lo sviluppo di nuovi farmaci. Questi più che benvenuti ribassi, tuttavia, comportano il rischio che le aziende possano decidere di abbandonare lo sviluppo di farmaci salva-vita qualora non risultasse più economicamente vantaggioso e ciò rappresenterebbe una minaccia concreta per la salute pubblica globale.

L’allineamento dei prezzi USA a quelli dei Paesi “comparabili”, il prezzo di diversi Paesi europei, in particolare i più grandi (e quindi anche quello italiano), diventa un problema molto delicato: le case madri potrebbero spingere per evitare un prezzo che chiameremo “visibile” troppo basso in Italia, e questo anche a costo di negoziazioni più lunghe. In pratica, invece di abbassare il prezzo “visibile”, le aziende spingeranno ancora di più su sconti confidenziali; tetti di spesa, accordi prezzo/volume e MEA (Managed Entry Agreement) ovvero rimborso legato ai risultati (Outcome-Based Reimbursement). La trattativa quindi si sposterà sempre più su come pagare e con quali regole, piuttosto che sul quanto pagare. Inoltre, se il prezzo europeo diventa più strategico, le aziende possono contenere la spesa non abbassando subito il prezzo, ma restringendo l’accesso iniziale attraverso la selezione di pazienti in cui il beneficio clinico è potenzialmente maggiore. 

Se il prezzo europeo diventa un potenziale input per pressioni USA (MFN- Most Favoured Nation, comparabilità, narrative politiche), la casa madre potrebbe irrigidire l’ordine dei Paesi che lanceranno in Europa: non solo “prima lancino i big five”, come accadeva finora, ma priorità ai Paesi con minore probabilità di tendere a un prezzo basso che possa in qualche modo impattare su quello in USA, dove ovviamente il mercato è notevolmente più grande (fonte INNLIFES, cfr. Farmaci: 5 conseguenze della TrumpRX in Italia).

Una questione anche di diritti

In questo scenario, si rende necessario trovare un equilibrio tra la sostenibilità economica delle imprese e il diritto universale all’accesso ai farmaci. Politiche di trasparenza sui costi di ricerca e sviluppo, meccanismi di negoziazione più efficaci e incentivi alla produzione di farmaci essenziali potrebbero rappresentare soluzioni utili per evitare che l’innovazione sia guidata esclusivamente dal profitto, a scapito delle reali esigenze sanitarie della popolazione mondiale.

In conclusione, non siamo scandalosamente sorpresi che le industrie ci guadagnino, e in alcune regioni del mondo anche molto bene, e che quelle dei farmaci salvavita non siano da meno, in quanto siamo in un regime capitalistico e le aziende non sono onlus. Sarebbe inaccettabile se il prezzo dei farmaci diventasse anche una leva di politica commerciale, intrecciando tariffe e condizioni di accesso al mercato, con conseguente selezione di pazienti eleggibili e disponibilità di farmaci salva-vita limitata a quelli più redditizi.


AUTORI: Alessandro Gringeri, Claudio Castagnaro

Alessandro Gringeri, ematologo, ha prestato servizio presso il Centro Emofilia e Trombosi Angelo Bianchi Bonomi, Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano dal gennaio del 1983 all’ottobre 2012, prendendosi cura di pazienti con emofilia e altri disturbi emorragici e di pazienti con infezione da HIV. Dal 2001 ha ricoperto anche il ruolo di Professore Associato presso l’Università degli Studi di Milano.
Alla fine del 2012 è passato all’industria farmaceutica, entrando prima in Baxter/Baxalta/Shire come Senior Medical Director del Global Medical Affairs, e dal dicembre 2017 è entrato in Kedrion Biopharma come Chief Medical and Research & Development Officer fino al febbraio 2022, quando ha definitivamente lasciato l’industria. Da marzo 2022 è entrato a far parte di Fondazione Charta, Centro per la Ricerca Associata alla Salute e il Technology Assesment di Milano come Medical Senior Advisor. Dal luglio 2022 inoltre è anche consulente senior in Ematologia.

Claudio Castegnaro

Sono un volontario con emofilia, vice presidente dell’Associazione ACE OdV di Milano. Sono impegnato nel campo della progettazione a favore dei pazienti, familiari e professionisti sanitari. Porto la mia esperienza diretta e idee condivise per migliorare l’assistenza integrata ai pazienti con MEC all’interno dei percorsi di analisi e studio con la rete dei Centri specialistici e la Direzione Welfare di Regione Lombardia. In passato, sempre in qualità di volontario, ho contribuito a fondare la Federazione nazionale delle Associazioni Emofilici e Fondazione Paracelso.